Tele Sociali fra linguaggio e Social Network Analysis
Teoria, metodo e contesto di un’opera d’arte collettiva
di Gabriele Lorenzoni
La Social Network Analysis (SNA), è una disciplina che si occupa di analisi dei dati e che utilizza le reti e la teoria dei grafi per comprendere le strutture sociali[1]. Per costruire grafici SNA, sono necessari due componenti chiave: attori e relazioni. Un esempio concreto e comune delle tecniche SNA è legato al mondo Internet: nella quasi totalità dei casi, le pagine Web si collegano e rimandano ad altre pagine, sul medesimo sito o su un altri. Questi collegamenti possono essere considerati relazioni tra attori (in questo caso le pagine Web, appunto). L’analisi delle reti sociali si è sviluppata a partire dai contributi di Jacob Levi Moreno, fondatore della sociometria, scienza che analizza le relazioni interpersonali[2]. Questa trova applicazione in diverse discipline, come la sociologia, l’antropologia, la psicologia e l’economia ed è impiegata nello studio di diversi fenomeni, dal commercio internazionale alla diffusione dell’informazione, dallo studio delle istituzioni al funzionamento delle organizzazioni, e si differenzia dalla ricerca sociale tradizionale per l’attenzione posta sull’influenza della relazione sociale sul comportamento collettivo.
Angelo Morandini, sfruttando la propria formazione pluridisciplinare e stratificata, che spazia dalla filosofia all’ingegneria informatica, è impegnato nell’applicazione della SNA a processi creativi ed artistici, sia dal punto di vista dell’ampliamento delle modalità di rappresentazione di fenomeni complessi ed interdipendenti, sia come metodo per approcciare dal punto di vista teorico vari ambiti della speculazione filosofica, del processo culturale e della pratica artistica in senso lato.
Nella teoria delle reti sociali la società è vista e studiata come complesso intreccio di relazioni, più o meno estese e strutturate. Il presupposto fondante è che ogni individuo (o attore) si relaziona con gli altri e questa sua interazione plasma e modifica il comportamento di entrambi. Lo scopo principale dell’analisi di network è appunto quello di individuare e analizzare tali legami (ties) tra gli individui (nodes).
Se la SNA studia connessioni reali ma invisibili, rendendo manifesto quanto è celato, Angelo Morandini propone da anni, con un lavoro meticoloso e paziente che sa modificarsi nel tempo adattandosi ai contesti senza snaturarsi, l’opera d’arte collettiva detta Tele Sociali[3]. Queste si basano sulla semplicità di un codice esecutivo intuitivo e facilmente replicabile, che non necessita di perizia tecnica e che si adatta ad ogni contingenza sociale, economica, personale e di pensiero. Quello che viene a crearsi sulla tela sono connessioni, nodi, punti di contatto nello stesso tempo teorici e concreti, in un continuo cortocircuito fra il fare (l’atto dello scrivere/disegnare) e il porsi in relazione (lo stare insieme, condividere, cooperare): “In questo momento storico le connessioni costituiscono un patrimonio relazionale, economico e sociale assolutamente prioritario a livello globale, caratterizzandosi come motore invisibile di ogni attività nell’era iper-globalizzata e iper-connessa che si è schiusa in coincidenza con il cambio di millennio”[4]. Ad ogni persona che voglia partecipare alla performance diffusa delle Tele Sociali è richiesto di tracciare un segno triangolare di dimensioni contenute: ogni triangolo che va ad aggiungersi al primo deve nascere a partire da un lato del triangolo precedente, senza modificarne le proporzioni. La concatenazione di triangoli si muove libera nello spazio bidimensionale della tela. Sta all’esecutore dei triangoli decidere se e quando far interagire la propria proiezione di triangoli con quella delle altre persone coinvolte. Il punto di contatto eventuale dovrà seguire regole analoghe e condivise e sfruttare pertanto almeno un lato dei triangoli già esistenti. Il triangolo è un vettore astratto di significati, che richiama alla mente una intricata rete di connessioni, metafora del Web ma anche della società globalizzata post-post moderna. Ma le Tele Sociali non sono fatte di triangoli in quanto figure geometriche, bensì di partecipazione. Essi si inverano nel loro punto di contatto (o nodo), che è la connessione fra la rete triangolare (che assomiglia volutamente alla rete neurale) di una persona con la rete della persona seguente, che interviene lasciando una traccia della propria identità.
L’interazione avviene in maniera contestuale (più persone lavorano alla stessa tela contemporaneamente) o consequenziale (ogni persona agisce da sola su una tela su cui esistono già delle reti e alla quale altre verranno aggiunte) in base alla tipologia di applicazione e di gestione dell’opera decisa di volta in volta dall’artista, sulla base di condizioni di fruizione, azione, pubblico, culturali, addirittura sanitarie: nel corso dei lockdown legati alla pandemia Covid 19, che hanno reso necessario l’adattamento del format con la nascita delle Tele Sociali a distanza, i contributi sono stati realizzati da ogni persona in modo autonomo e distanziato e poi spediti via posta all’artista, che si è assunto la responsabilità di copiare i frammenti di tela in una tela condivisa, facendo sintesi e generando connessioni.
Se molte e variegate possono essere le modalità di esecuzione delle Tele Sociali, infinite sono ovviamente le declinazioni spaziali, temporali e formali delle stesse, pur restando all’interno delle regole di base imposte dall’artista. L’importanza del processo, partecipativo e a tratti quasi festoso / liberatorio / curativo (questo aspetto ben testimoniato dalle molte immagini di documentazione presenti in questa pubblicazione), non deve però allontanare dalla percezione dell’esito ultimo: le Tele Sociali non sono infatti la decantazione materiale di un atto che è esso stesso la vera e unica opera d’arte (come avviene in molta arte concettuale) e non sono nemmeno la mera testimonianza tangibile di un atto performativo. Le Tele Sociali sono a pieno titolo opere d’arte, tele dipinte (o, meglio, disegnate) con una loro potente e percepibile aura artistica, formalmente compiute e tecnicamente ineccepibili. Certo, la componente legata al caso, che sfugge al controllo diretto della razionalità dell’artista è assolutamente preminente, anche nelle versioni in cui l’artista si occupa in prima persona della copiatura dei frammenti realizzati in remoto da persone a distanza. Questo non inficia però la natura artistica dell’opera, tanto quanto la gocciolatura incontrollata (e incontrollabile) non danneggia l’opera astratto-informale o l’azione erosiva degli elementi naturali non distrugge l’opera del Land-artist, anzi la invera, o l’imprevisto rumore di sottofondo non impedisce al performer di compiere l’azione artistica. Le Tele Sociali sono molte cose: la natura pulviscolare di quanto possiamo ammirare sulla superficie, che rimanda alle immagini telescopiche delle galassie, pare animarle di infinite chiavi di lettura. L’aggettivo “sociale” non deve però orientare lo sguardo nella direzione sbagliata: fare un’arte sociale, impegnata, inclusiva, partecipata e accogliente non significa fare un’arte di serie B. Il processo partecipativo o talora addirittura didattico/laboratoriale non coincide in alcun modo con un abbandono delle velleità artistiche[5].
Ci sia consentito un parallelismo rilevante, benché azzardato: Joseph Beuys elaborò negli anni un concetto molto allargato, politicizzato e aperto di arte, che si può sintetizzare nella celeberrima etichetta di Scultura Sociale[6], ovvero un’azione artistica che non ricorre unicamente ai materiali fisici e diviene, o può divenire, un discorso sull’arte non autoriflessivo bensì incentrato su tematiche sociali. L’artista accantona gli elementi tradizionali, la materia stessa, e fa della voce e della parola il suo strumento di creazione ed espressione principale, mettendo radicalmente in discussione il concetto tradizionale di arte che si focalizza sull’autorialità e sulle singole opere materiali degli artisti, rendendole feticci e oggetti commerciali: “Ho scelto l’arte , o meglio un’arte che mi ha condotto a un concetto di scultura che comincia nella parola e nel pensiero, impara a costruire nel linguaggio concetti che sappiano trasferire e trasferiscano nella forma il sentire e il volere”[7]. La Scultura Sociale di Beuys è intesa come un processo permanente di continuo divenire dei legami ecologici, politici, economici, storici e culturali che determinano l’apparato sociale, nel quale l’artista si serve di materiali non ortodossi, come parole, gesti, suoni e comportamenti, al fine di attuare una nuova relazione tra esseri umani, in grado di innestare riflessioni e accendere la creatività.
Senza forzare la mano su parallelismi asincroni, considerata anche la distanza storica fra gli anni Sessanta e gli anni Venti del nuovo millennio, appare interessante focalizzare l’attenzione sull’uso del linguaggio. Se per Beuys è evidente (la parola diviene scultura), per Morandini dobbiamo compiere un percorso di rilettura delle Tele Sociali, che egli stesso ha reso manifesto in una recente applicazione delle stesse ad un campo sperimentale e laboratoriale: in collaborazione con l’Area Educazione del Mart e la Laba | Libera Accademia di Belle Arti del Trentino è stata infatti progettata e realizzata una nuova font, partendo dalle Tele Sociali[8]. Per enfatizzare l’aspetto della scrittura che sta alla base delle tele, intesa in maniera ossimorica sia come automatismo che come regola (mano e triangoli), l’artista ha sviluppato con ragazzi e ragazze della LABA un progetto atto a costruire una font del tutto nuova: partendo dal pattern a triangoli, ogni studente/studentessa ha creato una lettera, che rispettasse la semplice regola di stare all’interno di una casella e di garantire delle “connessioni” con le altre lettere, attraverso quelle che sono state definite “porte e finestre”, decise mediante un processo partecipativo. In nessun modo la nuova lettera doveva avere rimandi formali alla matrice alfabetica tradizionale. Così facendo si è generata una nuova font, del tutto astratta e non decodificabile, se non mettendosi in una condizione di ricezione libera e aperta di un messaggio che vuole andare oltre il contenuto testuale. L’idea è di costruire un nuovo linguaggio, che vada oltre la semantica, per esprimere i concetti e le sensibilità del mondo contemporaneo.
L’insistenza sul tema del linguaggio non è casuale ed è un filo rosso che connette buona parte della ricerca artistica con vocazione sociale dagli anni Settanta in poi: il discorso sull’arte diventa arte e l’arte diventa il linguaggio con cui esprimersi su temi che intersecano la vita quotidiana. Prendiamo in prestito dal filosofo Emanuele Severino la definizione secondo cui “il linguaggio non è soltanto uno dei mezzi con cui si interpreta: è una delle forme originarie dell’interpretare”[9] per proseguire nel nostro ragionamento e ampliare lo sguardo ad altre opere recenti di Angelo Morandini, nelle quali ricorre l’insistenza sul linguaggio, talvolta scomposto (e ricomposto) nelle sue componenti di base, talvolta tematizzato, talvolta utilizzato come elemento alla radice della costruzione di senso dell’opera.
Pilastri teorici su cui poggia la ricerca dell’artista sono gli scritti di John Searle, in particolare La costruzione della realtà sociale[10], saggio nel quale il filosofo definisce il concetto di “oggetti sociali”. Per Searle tali oggetti istituiscono la realtà comune attraverso il linguaggio, strumento attraverso cui si compiono gli atti dichiarativi, ovvero quelle espressioni che rendono un pezzo di carta colorata (x) una banconota (y) in un contesto di accordi tra le parti quale può essere uno Stato (c): “x diventa y in c”[11]. Queste dichiarazioni crearono soggetti a cui Searle attribuisce la definizione di poteri deontici: questi sono il vero collante delle civiltà. Siccome gli oggetti sociali si creano grazie al linguaggio è evidente l’importanza e il controllo del vocabolario: “Tutti gli oggetti istituzionali umani sono funzioni di status e vengono generati da dichiarazioni di funzioni di status e tutte queste dichiarazioni creano poteri deontici. I poteri deontici, senza eccezioni alcuna, ci danno tanti diversi desideri, tante ragioni tutte interdipendenti che fanno riferimento alla razionalità dell’essere umano. Questo secondo me è il collante che tiene insieme le varie civiltà umane. Tutti noi siamo appunto “incollati” all’interno di un sistema di relazioni veramente molto, molto complesso. Siete mogli, mariti, siete padri, madri, figli o figlie, siete membri di alcuni partiti politici piuttosto che di diversi club. Ebbene, tutte queste sono funzioni di status e tutte queste creano poteri deontici, tutte quante queste istituzioni vi danno desiderio di agire per azioni o motivi indipendenti. Facciamo ancora un altro passo in avanti, nel senso che non solo le civiltà umane sono create da dichiarazioni di funzioni di status, ma addirittura sono mantenute in esistenza proprio da rappresentazioni ripetute che hanno una forma logica. Ancora una volta torniamo alle dichiarazioni di funzione di status. Ecco perché tutti i movimenti rivoluzionari, hanno cercato di controllare il vocabolario. Per modificare il sistema delle funzioni di status bisogna alterare letteralmente il vocabolario. Perché proprio il vocabolario va a creare appunto le funzioni di status. Pensiamo ai movimenti rivoluzionari: quando, ad esempio, i bolscevichi presero il potere in Russia, una cosa fondamentale fu modificare alcune terminologie, ad esempio tutti quanti dovevano essere chiamati “compagni e compagne”. Questa è una modalità di cancellare il sistema zarista di funzioni di status, creando quindi un nuovo tipo di Stato”[12].
Gli oggetti sociali, tanto quanto le Tele Sociali di Angelo Morandini, non possono esistere senza il linguaggio perché tutti gli oggetti sociali dipendono da convenzioni ed accordi che fanno gli uomini tra di loro: “A mio avviso essere attenti al linguaggio, che è la ragione alla base della mia ricerca artistica, e alle sue modificazioni è utile a conservare il concetto di libertà. Il senso della creazione della font delle Tele Sociali (atto linguistico) è appunto un atto dichiarativo con tutto ciò che ne consegue”. L’importanza del linguaggio è fondamentale, nel senso che è lo strumento attraverso cui si rendono possibili gli atti dichiarativi: “Da questo sono partito, notando come l’artista o meglio il sistema dell’arte abbia la capacità di trasformare oggetti di uso quotidiano in opera d’arte. Ad esempio, un cumulo di caramelle, diventa un’opera, in una galleria d’arte[13]. Questa trasformazione avviene attraverso il linguaggio, nello specifico mediante dichiarazioni, e il primo soggetto a dichiarare il cambiamento di status di quel particolare oggetto proprio è l’artista. L’artista, il curatore, la galleria, il museo, gli storici dell’arte, i collezionisti, gli amanti dell’arte, i giornalisti, tutte queste persone attraverso il linguaggio e le loro dichiarazioni rafforzano o erodono lo status dell’oggetto trasformato in opera d’arte”.
Risalendo agli albori della ricerca dell’artista, incontriamo un lavoro già particolarmente significativo in questo contesto: DIALOGATE. Si tratta di una semplice azione linguistica che genera uno spazio concettuale vocato al libero pensiero: “DIALOGATE è l’anagramma di Alto Adige: ho voluto giocare con il nome di una celebre testata giornalistica regionale per immaginare un giornale nuovo, uno spazio bianco, libero, che si adatti alle esigenze dei liberi pensatori”. Anche DIALOGATE ha un nucleo processuale e partecipativo: “Ho realizzato una serie di questi giornali e li ho lasciati alle intemperie, in spazi pubblici o nella natura, aspettando che il tempo e avvenimenti incontrollabili li scrivessero. Li ho inoltre distribuiti a famiglie di varia estrazione e spesso si è generato un interessante cortocircuito, con i bambini e le bambine che hanno spontaneamente cominciato a inventare notizie, fingendo di leggerle dal giornale bianco”. Si tratta di un invito al dialogo che costituisce uno degli elementi alla base delle Tele Sociali, che per loro natura sono spazio di condivisione di pensiero.
La recente mostra personale dell’artista intitolata Crazy Pink Propaganda[14] ha messo al centro una riflessione sul linguaggio inteso nell’accezione di difficoltà di distinguere verità da finzione, narrazione di fantasia da fatto storico, cronaca da fake news: “La propaganda si attua mediante precise e studiate tecniche di comunicazione, quindi attraverso l’adozione di un registro di linguaggio che possa influenzare il pensiero altrui”. L’opera 11 principi è un atto di consapevolezza verso i cambiamenti storici che passano attraverso un cambiamento di linguaggio e aiuta a ragionare sulla complessità delle cose. Il gerarca nazista Goebbels, Ministro della Propaganda, non scrisse infatti gli 11 Principi come li conosciamo: sull’argomento vi furono studi dello psicologo Leonard William Doob[15] e del saggista Jean Marie Domenach[16]. La cosa sorprendente è come sia la semplificazione dell’epoca digitale ad aver generato la sintesi che ha definito gli 11 Principi come testo idiografo di Goebbels. Morandini gioca sul sottile confine fra realtà e menzogna, agendo sul testo e sul concetto di autorialità, ripercorrendone le argomentazioni, cercando di depurare in maniera simbolica lo scritto: “Ho montato il testo degli 11 Principi su dispositivi luminosi, come se la luce potesse purificarlo”.
Fragile Babilonia è un lavoro tassidermico, che consiste nella collezione e organizzazione di centinaia di punti metallici utilizzati: ogni elemento è generato da una graffatrice che “spara” le sue graffette su un sasso. Con il lento consumarsi della pietra ad ogni colpo muta la superficie su cui impatta la graffetta, che in modo casuale assume forme sempre diverse. Lo scopo della graffatrice è ancorare una superficie ad un’altra ma il tentativo ossessivo di unire la cambretta con il sasso genera un fallimento. Da questo uso di forze opposte si genera una parte metallica esausta e inutilizzabile e fini pratici, che l’artista raccoglie pazientemente e colleziona. Ogni punto metallico così sradicato dal contesto e ricollocato, assume ora un altro aspetto, divenendo parte di un alfabeto del tutto casuale: l’immagine dei punti metallici rimanda ad indecifrabili rune celtiche: “In un mondo in cui siamo sommersi da informazioni e i mezzi di comunicazione proliferano, rischiamo di naufragare in una solitudine esistenziale, incapaci di comprenderci in una sorta di Babilonia contemporanea”.
Le parole che non ti ho detto mette al centro la negazione del linguaggio e il rapporto fra spazio personale e spazio architettonico condiviso. L’installazione altera lo spazio fisico e quello percepito, senza creare percorsi obbligati ma lasciando allo spettatore la facoltà di muoversi in maniera libera e cauta. La parola resta sospesa, lasciando spazio al silenzio, perché lo strumento stesso dello scrivere viene reso inutilizzabile, sospeso in aria: “Le matite, temperate da entrambi i lati, sono state appese a quelle che definisco altezze emotive, ovvero all’altezza che mediamente è compresa fra il cuore e la testa delle persone”.
Anche Rastrello delle idee si interroga e ci interroga strumento dello scrivere, decontestualizzandolo e ricollocandolo al fine di creare connessioni di senso non immediate, che stimolino il pensiero laterale[17]. In un cortocircuito fra funzione e pensiero, le matite colorate diventano denti di un rastrello da giardinaggio, utili a raccogliere le idee che, come foglie secche d’autunno, siano accidentalmente cadute al suolo.
Legami annoda le storie personali di centinaia di persone, attraverso un’installazione ambientale che sfrutta come infinitesimale mattoncino di base un elemento del tutto secondario, ma assolutamente presente nella vita quotidiana, ovvero il punto metallico utilizzato per tenere uniti i fogli che costituiscono i fascicoli delle pratiche amministrative: “ho chiesto a funzionari e funzionarie impegnati nel lavoro quotidiano presso il Palazzo di Giustizia di Trento di fare una speciale raccolta differenziata, tenendo da parte i punti metallici che vengono strappati per sgraffettare fascicoli col fine di fotocopiarne i singoli fogli o di comporre nuovi fascicoli da inviare a qualcuno o archiviare. Quelle pagine contengono la vita giuridica, economica, psicologica e sociale di migliaia di persone. Minuscoli punti metallici tengono insieme importanti storie umane che un’altra persona a sua volta dovrà leggere, analizzare, interpretare, giudicare. Vite collegate tra loro che formano una trama complessa di relazioni. La graffetta è proprio quel piccolo, cruciale elemento che tiene insieme quelle storie umane scritte su carta. Per questo motivo possono considerarsi frammenti rappresentativi di mondi e vite”.
Chiude il cerchio delle ricerche di Angelo Demitri Morandini (aprendo nel contempo lo spazio per nuovi fronti di indagine) l’ampio e complesso lavoro che prende complessivamente il nome di Dante Fluttuante[18], una summa delle percorso dell’artista attraverso i campi di filosofia, informatica, semiotica, semantica, Big Data Visualization, Social Network Analysis, teoria dei grafi, algoritmi, archivistica applicati all’analisi e restituzione artistica di uno dei testi più celebri e celebrati della letteratura mondiale, la Divina Commedia di Dante Alighieri, del quale nel 2021 ricorreva il settimo centenario della morte.
Il lavoro Ordine divino fa parte di un gruppo più ampio di lavori (video, stampe, installazioni e non fungible token) frutto di un’indagine sui big data in cui l’artista ha indagato il rapporto tra parola, testo, immagine e informazione e le loro connessioni all’interno del Poema dantesco. In Ordine divino, la Divina Commedia è stata atomizzata nei suoi elementi costituitivi di base, le parole, e ogni lemma è stato ordinato alfabeticamente dalla A alla Z secondo la modalità dell’archivistica e stampato su fogli di carta raccolti in uno schedario. Nel lavoro ci sono una serie di riferimenti espliciti all’archivio alla memoria, all’oblio e alla “neolingua” di Orwell[19] ed è stata la base di partenza per lo sviluppo di oggetti e video. Nell’ambito di un evento performativo, parte della lista è stata dettata all’artista che l’ha trascritta a mano su muro con una matita. Visivamente la forma ottenuta ricorda immediatamente un’onda sonora: il corpo dell’artista diventa un sismografo attraversato dal suono il cui ago, la punta della matita, registra su muro ciò che sente.
L’artista ha parallelamente lavorato ad un’ulteriore destrutturazione e ridefinizione del testo dantesco, operando una trascrizione visuale, che mette a frutto la conoscenza delle dinamiche di studio della SNA, ottenendo grafici e forme sferiche astrali, condensando la maestosità del testo dantesco in mappe create dalle interrelazioni rinvenibili nelle cantiche dantesche tra le 12.831 parole e 101.698 occorrenze che lo compongono. Sono le parole del Poema la materia plasmata dall’artista, dapprima isolate e poi riconnesse le une alle altre fino a disegnare una vera e propria “rete sociale”: “Ho immaginato e trattato le parole della Divina Commedia e delle sue cantiche – spiega Angelo Demitri Morandini – come gruppi di persone reali di una società immaginaria. Ho raccolto migliaia di dati e utilizzato moderni software di analisi sociale ottenendo figure che evocano il cosmo, le costellazioni e le cellule che richiamano l’origine della vita”.
Un testo poetico che diviene metafora di una società viva e attiva: ci torna alla mente la versione emendata da Maurizio Ferraris della massima derridiana: «nulla di sociale esiste fuori dal testo”[20].
[1] Cfr. S. Wasserman, K. Faust, Social Network Analysis. Methods and Applications, Cambridge University Press, 2012; J. Scott, P.J. Carrington, Social Network Analysis, SAGE Research Handbooks, 2011; E. Otte, R. Rousseau, Social network analysis. A powerful strategy, also for the information sciences, Journal of Information Science, n. 28, dicembre 2002, pp. 441–453.
[2] Cfr. J. Levi Moreno, Chi sopravviverà? Principi di sociometria, psicoterapia di gruppo e sociodramma, Di Renzo Editore, Roma 2017; A.A. Schützenberger, La sociometria, Armando, Roma 1975.
[3] Cfr. N. Loeser, a cura di, The social Art award 2021, Edition n.3, Institute for Art and Innovation, Berlin 2021 pp. 32-33.
[4] Le citazioni dell’artista nell’intero testo sono trascrizioni di numerosi colloqui e scambi di e-mail, avvenuti nel corso degli anni e prevalentemente nel periodo ottobre- dicembre 2021.
[5] Sull’argomento, rilevante è stato il dibattito Un nuovo ruolo sociale per l’arte?, coordinato da Francesco Scasciamacchia, tenutosi a Prato (Monash University) il 26 settembre 2015 nell’ambito del Forum dell’arte contemporanea italiana.
[6] Cfr. H. Stachelhaus, Joseph Beuys. Una vita di controimmagini, Johan & Levi Editore, Milano 2012; M. Buonuomo, a cura di, J. Beuys. Die soziale Plastik, catalogo della mostra (Napoli, Accademia di Belle Arti, 5 giugno – 10 luglio 1987), in “Napoli e dintorni – Informatore d’arte”, n. 8, giugno 1987, Amelio Editore, Napoli 1987; N. Schallenberg, On the sculptural power of language and its limits, in Starting from language. Joseph Beuys at 100, catalogo della mostra (Berlino, Hamburger Banhof-Museum, 13 giugno – 19 settembre 2021), Hatje Cantz, Berlino 2021, pp. 8-18.
[7] H. Stachelhaus, Joseph Beuys. Una vita di controimmagini, cit., p. 67.
[8] Il laboratorio Tele sociali: un lavoro di “arte relazionale”, a cura dell’artista Angelo Demitri Morandini, in collaborazione con Mart – Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto (referente Annalisa Casagranda) e Laba Trentino (docente Simone Borioni), ha avuto luogo il 22 aprile 2021 all’interno del corso di Lettering.
[9] E. Severino, Testimoniando il destino, Adelphi, Milano 2019, p. 24
[10] J. Searle, La costruzione della realtà sociale, Einaudi, Torino 2006.
[11] J Searle, Minds, Brains and Programs, in “Behavioral and Brain Sciences”, n. 3, 1980, pp. 419.
[12] Questa lunga citazione mi è stata segnalata da Angelo Morandini ed è stata trascritta dalla registrazione della lectio Oggetti sociali. La loro natura e il loro potere tenuta da John Searle domenica 16 settembre 2012 al Festival della Filosofia di Modena. Il video è di proprietà del Consorzio per il Festival della Filosofia. Cfr. J. Searle, Oggetti sociali. La loro natura e il loro potere, Collana Paginette, Consorzio festival Filosofia, Modena 2012.
[13] L’artista fa riferimento all’opera Félix González-Torres, Untitled (Portrait of Ross in L.A.), 1991, dimensioni variabili, Courtesy Art Institute Chicago.
[14] Crazy Pink Propaganda, a cura di Dora Bulart, Pergine Valsugana (Tn), Galleria Contempo, 10-27 luglio 2020.
[15] L.W. Doob, Goebbel’s Principles of Propaganda, in “The Public Opinion Quarterly”, vol. 14, n. 3, Oxford University Press, 1950, pp. 419-442.
[16] J.M. Domenach, La propagande politique, Presses universitaires de France, Parigi 1962.
[17] Cfr. E. de Bono, Il pensiero laterale, Rizzoli, Milano 2000.
[18] Mostra Dante Fluttuante, a cura di Dora Bulart, Pergine Valsugana (Tn), Galleria Contempo, con testo critico di Eliana Urbano Raimondi, 11 giugno – 9 luglio 2021; Installazione Dante Fluttuante in Piazza Dante a Trento, nell’ambito della mostra Dalle parole al bronzo, 2 luglio – 17 ottobre 2021.
[19] G. Orwell, 1984, Rizzoli, Milano 2021.
[20] M. Ferraris, Documentalità. Perché è necessario lasciar tracce, Laterza, Roma 2009, p. 360.