Angelo Demitri Morandini. Il bricoleur delle parole (e dei dati)

Di Chiara Canali

 

“Libero perseguimento di scopi fittizi: tale è proprio il carattere dell’attività ludica. Il campo del gioco è il paradosso del come se” afferma Edouard Claparède a proposito della definizione di “gioco” e prosegue: “Il gioco ha la funzione di permettere all’individuo di realizzare il suo io, di dispiegare la sua personalità, di seguire temporaneamente la direzione del suo maggior interesse, nel caso in cui non possa farlo ricorrendo alle attività serie”[1].

Per descrivere la pratica artistica di Angelo Demitri Morandini, artista visuale e concettuale oltre che filosofo e ricercatore, potremmo sovrapporre o alternare la parola “arte” a quella di “gioco” in quanto per l’artista l’atto estetico si configura come un processo (in alcuni casi anche fortemente ludico) che consente di mettere in luce alcuni “nonsense” o alcune fratture nella odierna società della comunicazione e dell’informazione.

Come in alcuni precedenti progetti, anche in questo caso la ricerca artistica prende avvio dal linguaggio. Secondo Lévi-Strauss il linguaggio verbale è il tratto distintivo dell’uomo e, in questo elemento, viene individuata la struttura portante della società.

Come ci insegna Ferdinand de Saussure, la lingua è un sistema di segni, ciascuno dei quali è costituito da un concetto (significato) e da un’immagine acustica (significante) in stretta unione fra loro. Angelo Morandini parte non tanto dal concetto della parola quanto dal grafema quale elemento che costituisce un’unità grafica minima. Questi grafemi sono realizzati a mano dall’artista mediante un flusso creativo di scrittura automatica. Non rimandano a un alfabeto preciso ma sono simboli grafici che hanno un riferimento estetico nei segni di una sua opera precedente: Fragile Babilonia (2020). Un’installazione site-specific che consisteva nella collocazione a terra, a distanze organizzate e sequenziali, di centinaia di punti metallici irregolari generati da una graffatrice che “sparava” le sue graffette su un sasso. Ogni gancio assumeva, pertanto, forme sempre diverse divenendo parte di un alfabeto del tutto casuale che rimandava a indecifrabili ideogrammi o grafemi di una lingua sconosciuta.

Nella serie Motus Liber. Authority of Symbols: The Manipulative Power of Algorithms, Morandini ha tracciato con la propria calligrafia una serie di segni (o grafemi) e li ha disposti su una griglia regolare. I segni solitamente sono simboli, elementi immateriali che collegano a livello di sistema, astratto e convenzionale, ma socialmente riconosciuto come codice, gli oggetti e le esperienze diffuse nella vita quotidiana. In questo caso i segni sono però incomprensibili alla vista dell’occhio e diventano plausibili e comprensibili solo attraverso l’uso dell’app Google Lens ( che permette di identificare i segni o i grafemi inquadrati con la fotocamera) scegliendo l’opzione “Traduci” che si collega immediatamente con il servizio di Google Translate. L’algoritmo di traduzione interpreta selettivamente alcuni simboli, trasformandoli in parole o frasi di senso compiuto appartenenti a lingue di differenti ceppi (dall’arabo al persiano, dal russo all’ucraino). Tutti i codici sono arbitrari e i segni di questo codice non assumerebbero alcun senso senza il “gioco” attivo e partecipativo dello spettatore e la “relazione di significazione” che si attua grazie all’algoritmo digitale, rendendo possibile un processo di comunicazione, di tipo casuale e aleatorio. Ovviamente questo processo evidenzia il potere dell’algoritmo nel plasmare e manipolare il linguaggio e, di conseguenza, la formazione delle idee. L’algoritmo ha il potere di far emergere una forma di intelligenza semantica sommersa, che altrimenti rimarrebbe inespressa.

Tuttavia non sempre l’algoritmo riesce a decodificare tutte le parole o i grafemi. Nell’installazione site-specific Le parole che non ti ho detto, le matite colorate rappresentano le parole che non sono state decifrate correttamente dall’algoritmo di Google Translate, che sfuggono al controllo digitale e che rimangono “sospese” nell’aria e nello spazio, creando un ambiente tridimensionale e immersivo. Un telaio spaziale in cui le linee colorate delle matite si compenetrano le une alle altre, delineando volumi rettangolari attraverso sottili bordi colorati. L’installazione usa mezzi e materiali ludici (le matite colorate) per rendere manifesta una forma indefinibile, mutevole, fantasiosamente senza dimensioni, quale l’infinita estensione della mente umana che sfugge al controllo dell’intelligenza artificiale. Come nel film Matrix, lo spettatore può varcare quello spazio simulato e “giocare” o interagire con le matite così come giocherebbe con le parole, determinando un processo di immedesimazione e, dunque, di piacere estetico.

In entrambi questi lavori è evidente la volontà di superare il paradigma logico-sequenziale della mente alfabetica che si basa sulle tecnologie della scrittura a favore della mente digitale dominata dalle tecnologie digitali[2]. Attraverso le nuove tecnologie della comunicazione, l’uomo contemporaneo si avventura al di là dello spazio analogico, alfabetico e geometrico, ed entra nella vastità della mente digitale.

Angelo Demitri Morandini opera sui segni linguistici (grafemi, parole, simboli e dati) come un moderno bricoleur. Ne “Il Pensiero selvaggio” (1962), Lévi-Strauss recupera l’antico significato del verbo bricoler applicato al “gioco della palla e del biliardo, alla caccia e all’equitazione, ma sempre per evocare un movimento incidente”[3]. Utilizzato nelle arti e nella letteratura, bricolage significa “opera realizzata con cose disponibili” e, per estensione, “fare uso creativo e ingegnoso di qualsiasi materiale a portata di mano (indipendentemente dal suo scopo originale)”[4]. Lévi- Strauss contrappone il modo di comporre artefatti e testi del bricoleur a quello dell’ingegnere. Il primo combina e risignifica in maniera creativa gli oggetti che ha a disposizione, il secondo invece utilizza sistemi di regole predefinite. Quindi nella pratica del bricoleur è insita sia l’idea di “gioco”, di “azione creativa”, che quella di “movimento incidente” cioè casuale, inatteso, irregolare, che interrompe il procedere regolare di un’azione e dischiude risultati imprevisti, che spalancano anche le soglie della “sorpresa” e della “meraviglia”.

Possiamo ritrovare la figura dell’artista-bricoleur anche in altre due opere in mostra. La prima, Un rifugio per te, è una installazione composta da circa 500 tappi di penna Bic rossa collegati tra loro a formare una struttura sinuosa, flessibile e avvolgente. La scelta dei tappi rossi della penna Bic è determinata ancora una volta da un motivo “incidentale”, se non si considera che la penna Bic può essere considerata uno degli strumenti più iconici di scrittura. La regola del gioco qui consiste nell’adattarsi all’equipaggiamento di materiali di cui l’artista dispone e nel loro utilizzo strumentale al fine di creare, per il visitatore, uno spazio di rifugio e protezione delineato da una sottile linea rossa che taglia trasversalmente lo spazio, segno visivo evocativo di energia e movimento.

Sempre all’insegna del gioco del bricoleur è il secondo lavoro Capitale datocromico: eroi nei colori animati della Gig Economy, un oggetto da bricolage assemblato manualmente dall’artista e costituito da una struttura all’interno della quale un barattolo di plastica capovolto è installato al di sopra di una vecchia ventola di un computer. Quando la macchina automatica viene attivata, il barattolo rilascia, come un alambicco, gocce di colore nel campo d’aria sovrastante la ventola che le spara vorticosamente sul pannello di legno alle spalle, creando un dripping di stampo espressionista astratto che presenta una maggiore concrezione di materia nella parte retrostante il barattolo e che man mano si assottiglia ai lati esterni. Un’opera che si può leggere al di fuori dell’ordine di cose precostituite dall’artista o dalla tecnologia, una sorta di macchina cinetica che attraverso un “movimento incidente” (Lévi-Strauss), lascia un segno casuale e momentaneo nello spazio, così come il modello economico della “gig economy” è basato sul lavoro occasionale e temporaneo e non sulle prestazioni lavorative stabili e continuative. Un automa dal movimento ritmico e ipnotico, che in un certo modo simula il comportamento umano (la gestualità dell’Action Painting), ma il cui meccanismo al tempo stesso rivela aspetti di aleatorietà e imprevedibilità propri della macchina.

Quest’opera, fin dal titolo Capitale datocromico, anticipa una riflessione fondamentale nel progetto di Morandini: l’importanza attribuita ai dati, ai big data e alla data visualization (la visualizzazione grafica dei dati). Oggi viviamo in una società dell’informazione che sta progressivamente sostituendo i servizi all’industria. Il dato, il bit e quindi l’informazione sono la materia prima più preziosa che genera ricchezza. Lev Manovich ha sottolineato il cambiamento di paradigma rispetto alle società tradizionali e a quelle moderne, dove esistevano poche informazioni, ma narrazioni forti. Ora, attraverso il sistema telematico, si accumulano e si scambiano migliaia, anzi milioni di dati digitali. Manovich la chiama “logica dell’algoritmo”[5]. I dati costituiscono non solo informazioni ma anche valori perché favoriscono la circolazione del capitale finanziario e la sua valorizzazione. Per queste ragioni Morandini ha deciso di utilizzare, come punto di partenza per il suo ulteriore processo creativo, un libro fondamentale di Karl Marx: “Das Kapital” (Il Capitale) pubbli­cato nel 1867. La parola “merce” viene sostituita con la parola “informazione” (la vera merce del terzo millennio), in modo da attualizzare l’opera di Marx ed evidenziare l’importanza cruciale del dato come forma di capitale per la nostra società digitalizzata e informatizzata.

Continuando l’esplorazione delle connessioni tra parola scritta e immagine visiva, già intrapresa nel 2020/2021 con il progetto Dante Fluttuante, anche in questa occasione Morandini realizza una serie di grafiche digitali che utilizzano alcune parole (lavoro, valore, produzione, capitale, informazione, tempo) de Il Capitale di Marx come set di dati, interconnessi in nodi e gangli all’interno di una rete neurale configurata con le tecniche della Social Network Analysis e con il layout di Gephi Software. Ogni grafica rappresenta uno dei capitoli del primo libro de Il Capitale, e la disposizione dei nodi e dei collegamenti visualizza le interconnessioni concettuali che emergono dalla rete delle parole. Flusso e Forma: metamorfosi dell’Informazione è il titolo dell’installazione composta da venticinque immagini digitali le cui forme e figure evocano la morfologia di alcune piante, come l’infruttescenza del tarassaco, mentre la scelta dei colori si basa su cromie complementari come il viola, il verde, l’arancione e l’azzurro. Il flusso vorticoso e centripeto dei dati genera una morfologia biologica a ventaglio e dei pattern a raggiera che evidenziano lo sviluppo multiforme ma ordinato dell’algoritmo. Secondo la nuova religione del “datismo”, le stesse leggi matematiche che si applicano agli algoritmi computerizzati digitali si potrebbero applicare anche agli algoritmi biochimici. Quindi, non solo le parole, le informazioni e i dati, ma anche gli organismi viventi e le società complesse possono essere concepite come algoritmi biochimici. Qui non si tratta più di un “game of words” ma di una realtà fattiva in cui tecnologie digitali e algoritmi stanno ridefinendo i contorni non solo della condivisione dei dati e del consumo delle informazioni ma anche del tessuto socio-economico dell’umanità intera.

Angelo Demitri Morandini, con la sua ricerca, si interroga dunque sulle complesse relazioni tra linguaggio e dati, tra informazioni e algoritmi, tra accumulo di dati e la forza economica delle nuove piattaforme digitali che in pochi anni hanno raggiunto livelli superiori a quelli dei comparti tradizionali. Come sintetizza Mario Ricciardi: “I protagonisti della ‘rivoluzione digitale’ attribuiscono tutto il valore alla tecnologia digitale, ne occultano i meccanismi profondi e dominanti: è il potere dell’algoritmo. Sono i big data e, nel mercato dei consumatori, gli smartphone: la connessione vince sulla produzione. I mezzi di connessione dominano i mezzi di produzione”[6]. L’ “informazione” vince sulla “merce”.

[1] E. Claparède, Psicologia del fanciullo e pedagogia sperimentale, trad. it., Giunti-Barbera, Firenze 1955, pp. 123-124

[2] M. Ricciardi, Communico: Linguaggi, immagini, algoritmi, Tab Edizioni, Roma 2021

[3] C. Lévi-Strauss, Il pensiero selvaggio, Il Saggiatore, Milano 2015, p. 29.

[4] https://www.etymonline.com/it/word/bricolage

[5] L. Manovich, Il linguaggio dei nuovi media, Olivares, Milano 2002, p. 273.

[6] M. Ricciardi, Communico: Linguaggi, immagini, algoritmi, Tab Edizioni, Roma 2021, p. 18.