Le supernove dantesche di Angelo Demitri Morandini
Eliana Urbano Raimondi
La ricerca di parentele tra epoche della storia dell’espressione artistica è una tendenza innata nello studioso di tale ambito che spesso, quasi in ottica entropica, al riconoscimento in un’opera della singolarità dell’invenzione – ovvero di ciò che è “creato” – preferisce il più rassicurante reperimento in essa di elementi che la leghino al passato – ovvero ciò che è “trasformato” -, in una sorta di totalitarismo dell’Ipse dixit (Ipse fecit, in tal caso).
Che l’uso più o meno consumistico della citazione abbia dato luogo a revivalismi vari è cosa indubbia e storicamente accertata, come nel caso del fenomeno neogotico o ancora della persistenza di stilemi medievali in ambito espressionista e surrealista, avanguardie tra le più “emotive” del Novecento; ma senza precedenti, quindi davvero inopinabile sarebbe stata l’intersezione di un prodotto della cosiddetta Epoca di Mezzo con forme linguistiche tipiche della linea per così dire più fredda e razionale dell’Età Contemporanea. Un atto nuovo e creativo, che è esattamente quello messo in opera da Angelo Demitri Morandini, artista concettuale anomalo, meglio, poeta concettuale che, dall’aggressione analitica del poema dantesco, trattato come cavia laboratoriale, indifesa vittima di un sublime stupro algoritmico, ha dato vita a sibillini spaccati fotografico/iconologici del poema stesso. E qui, chiaramente s’intende, “fotografia” e “iconologia” hanno un etimo specchiato ovvero non più ad litteram “scrittura della luce” e “discorso sulle immagini” bensì, rispettivamente, “luce sulla scrittura/linguaggio” e “immagine del discorso/pensiero”. Fette bidimensionali di universi cifrati, criptiche filigrane geometriche (Parole di Dante) o, ancora, costellazioni biomorfe (Cellula di Dante), le opere di Morandini accendono una “luce”, appunto, sul lessico volgare trecentesco, restituitoci in forma di “immagine” di una rete di interazioni tra parole, entrate tra loro in contatto/collisione come vere e proprie persone facenti parte della medesima società. Per simili lavori di alto profilo tecnologico e probabilistico/predittivo, si potrebbe quasi parlare di “gemelli digitali” delle porzioni esaminate delle cantiche dantesche, loro doppi multimediali, se non fosse per il pressoché infinito potenziale rappresentativo offerto dalla Teoria dei grafi, grazie alla quale sono realizzati. Se, infatti, l’ininfluente posizione del punto/oggetto cosiddetto “nodo” nello spazio, così come l’interscambiabile curvatura di ciascun arco a collegamento dei vari “nodi”, determinano inquantificabili possibilità di varianti geometriche descrittive della medesima situazione, la scelta di una sola delle varianti dipende esclusivamente dalla sensibilità poetica dell’artista.
Le opere esposte in questa personale di Morandini, così, si configurano come arcipelaghi barocchi al contempo personali e archetipici, origami alchemici grafico-relazionali che rispecchiano tanto la Lirica del Poeta, quanto la Poesia dell’Artista, in un’utopica eppur verificabile (in quanto percepibile attraverso i sensi) corrispondenza fra Macro e Microcosmo. Un’esperienza che diviene multisensoriale nella video-installazione che dà il titolo alla mostra, Dante fluttuante appunto, le cui frequenze sonore – vere e proprie traduzioni di quelle visive, a loro volta espressione delle frequenze di parole nei versi della Divina Commedia – riecheggiano radiazioni da rumore di fondo di una galassia immaginifica, che intreccia la cosmologia medievale con quella contemporanea. Scenari effimeri ma immanenti che l’Uomo, affascinato da caso e kàos (elementi non banditi dal concettualismo di Morandini), accostandovisi ed essendone attraversato poeticamente, sente comunque prepotentemente di dover razionalizzare, ovvero misurare. Da qui, probabilmente, l’àncora simbolica, strumento cardine e tangibile, ma altrettanto “macchina inutile” del Metro Divino che, nel restituire all’Uomo la facoltà, pur illusoria, della rassicurante “-metrìa”, lo riposiziona (in una concezione quasi rinascimentale) al centro dell’universo stesso.
Analizzare, contare, schematizzare, quantificare diventano pertanto le uniche armi, coltelli con cui arrampicarsi sugli specchi dell’indefinito, ossessioni che turbano l’Uomo, antico così come contemporaneo; e se l’Artista, come in ogni epoca d’altronde, è il portavoce profetico della società in cui vive, sintomo evidente del suo (mal)essere e cartina al tornasole del suo umore, non può che trasformarsi egli stesso in strumento di misurazione. Ecco che vediamo un Morandini/sismografo in Onda sonora, enorme calligramma site specific che perpetua in altra forma l’indagine grafica dell’opera letteraria matrice della nostra Lingua: vero e proprio correlativo oggettivo della sinestesia, apoteosi del significante, allegoria visiva in grafite del poema allegorico per eccellenza, alambicco semiotico, tatuaggio sulla pelle della galleria.
Eliana Urbano Raimondi